AAPVB Project Room #8



(B)lido I, 2023, embroidery on fabric, 72 x 45 cm.

 

Detail

 

(B)lido II, 2023, embroidery on fabric, 72 x 45 cm.

 

Detail

 

(B)lido III, 2023, embroidery on fabric, 72 x 45 cm.

 

Portafortuna, 2023, embroidery on fabric, 15 x 20 cm.

 

Installation view, photo Marco Davolio

 

Installation view, Alice Pedroletti, Campionario 2023 – Lucia Veronesi (B)lido, 2023. Photo Marco Davolio

 

Installation view, Alice Pedroletti and Lucia Veronesi – Projection, archive fragments, 2023. Photo Marco Davolio

 

Installation view, photo Marco Davolio

 

Installation view, photo Marco Davolio

 

PROJECT ROOM #8

Alice Pedroletti e Lucia Veronesi

25.09.2023 – 25.11.2023, Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck, Milano

 

Entrando in Archivio ci sono elementi che si notano subito e altri che si svelano nel tempo. Uno degli oggetti più visibili e bizzarri è una grande palma di plastica, impolverata, vecchia e decisamente troppo grande in proporzione allo spazio. La si ritrova anche nelle immagini raccolte nei faldoni: a volte addobbata, a volte di sfondo, a volte ripresa per sbaglio. Un elemento visivo ingombrante, disturbante, apparentemente senza logica. Un grande frammento che sovrastando lo spazio sovrasta anche i nostri pensieri e che abbiamo pensato di nascondere, celare alla vista, ri-archiviare. Eppure c’è, ed è un elemento più che determinante di quel luogo.

La palma è una scenografia dimenticata, archiviata in deposito; un ricordo di un paesaggio lontano, di un set anni ‘80; una quinta di una recita sospesa arrivata chissà come in studio, forse nella compulsione dell’accumulare, dell’archiviare e che ora è semplicemente lì. Rappresenta una natura congelata, immobile, irreale, senza frutti, senza bisogno di acqua o luce, senza crescita perchè già pianta adulta. La palma è simbolo e ossimoro di un tempo infinito, dilatato così tanto da durare, potenzialmente, per sempre. 

Un elemento che emerge in modo graduale e stratificato invece è la carta. Presente ovunque e in ogni forma e dimensione, dal supporto per l’archivio, agli imballaggi e display per gli oggetti, alle prove disordinate di sculture e disegni fino ad essere soggetto stesso dell’opera. La carta regna silente in ogni angolo dello spazio, pur non mostrandosi così spudoratamente come la palma. Si usa la carta per impacchettare i regali, trasformando un oggetto in desiderio, rendendo qualcosa di silenzioso, rumoroso, presente, e aggiungendo un valore spazio-temporale al gesto dello scartare. La carta diventa un elemento multifunzionale e multisensoriale. Conserva quella caratteristica di natura infinita che la palma rappresenta, ma che la plastica rende irreale, soprattutto al tatto. La carta è supporto per gli appunti, che riempiono i faldoni dell’achivio. Parole a volte buffe, misteriose, scritte in più lingue che si mescolano. E’ un linguaggio da decifrare, fatto di simboli da tradurre, che rielaborato prende nuova forma con il ricamo e il filo, formando patterns irregolari fatti di intrecci e nuove possibilità. 

La carta come materiale povero per fotografie e appunti visivi dove scenografie per piccole sculture vengono costruite ed eleborate insieme a mockup per installazioni. 

La carta che protegge. Carta che rielaborata oggi, diventa opera scultorea partendo da imballaggi, confezioni, coriandoli, stelle filanti, materiali di produzione su larga scala; i fogli-scultura diventano unici e irripetibili, in un campionario di prove materiche che dura nel tempo. La carta si fa soggetto, trasformandosi in altra carta o tessuto, attraverso gesti performativi nascosti, silenti, lontani:  è un linguaggio che si rinnova, mentre lo spazio dell’archivio si trasforma in una nuova scenografia. La carta, elemento comune ad entrambe è da dove siamo partite, la palma come metafora e scenografia di un teatrino distratto, è dove siamo arrivate. 

 

 

PROJECT ROOM #8

Alice Pedroletti and Lucia Veronesi

25.09.2023 – 25.11.2023, Archivio Atelier Pharaildis Van den Broeck, Milan

 

Upon entering the Archives, elements are immediately noticeable, and others reveal themselves over time. One of the most visible and bizarre objects is a large plastic palm tree, dusty, old and far too big in proportion to the space. It can also be found in the images collected in the folders: sometimes adorned, sometimes in the background, sometimes taken by mistake—a bulky, disturbing visual element, seemingly without logic. A large fragment that overhangs the space and our thoughts and that we have thought of hiding, concealing from view, re-archiving. Yet it is there and a more than defining element of that place.

The palm tree is a forgotten set, archived in storage; a memory of a distant landscape, of an 80s set design; a backdrop of a suspended play that arrived who knows how in the studio, perhaps in the compulsion to accumulate, to archive, and which is now simply there. It represents a frozen, motionless, unreal nature, without fruit, no need for water or light, and no growth because it is already an adult plant. The palm tree is a symbol and oxymoron of infinite time, dilated so much that it potentially lasts forever. An element that emerges in a gradual and layered manner, on the other hand, is paper. It is present everywhere and in every shape and size, from the support for archives to packaging and displays for objects, to the messy sketches of sculptures and drawings, to being the subject of the work itself, the final artwork. Paper reigns silently in every corner of the space while not showing itself as shamelessly as the palm tree. Paper is used to wrap presents, transforming an object into a desire, making something silent, noisy, and present, and adding a spatial-temporal value to the act of unwrapping. Paper becomes a multifunctional and multi-sensorial element. It retains that characteristic of infinite nature that the palm tree represents, but which plastic makes unreal, especially to the touch. Paper is a support for notes, which fill the folders of the archive. Sometimes funny and mysterious words are written in several languages that intermingle. It is a language to be deciphered, made up of symbols to be translated, which, reworked, takes a new shape with embroidery and thread, forming irregular patterns made up of interlacements and new possibilities. Paper as a poor material for photographs and visual notes where sets for small sculptures are constructed and elaborated with mockups for installations. 

Paper that protects. Paper that, reworked today, becomes a sculptural work, starting from packaging, confetti, streamers, and large-scale production materials; the sculpture sheets become unique and unrepeatable in a sampling of material evidence that lasts over time. 

Paper becomes a subject, transforming itself into other paper or fabric through hidden, silent, distant performative gestures: it is a language that renews itself, while the archive’s space is transformed into a new scenography. The paper, an element common to both, is where we started from; the palm tree, metaphor and scenography of a distracted little theatre is where we arrived.